Chi sarà il prossimo?

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di Gino Falleri
Le turbolenze economico-finanziarie nell’Unione europea e nell’eurozona sembra che non si dissolvano mai. C’è sempre qualcosa che non procede nel senso giusto. La conseguenza è quella che occorre intervenire per adottare le indispensabili misure per una inversione di tendenza, che in definitiva sono immancabilmente le stesse. Tasse, imposte e balzelli vari. Austerità, in una parola. 
Il rigore è giusto ed è inoltre indispensabile ridurre i debiti sovrani. Tuttavia l’eccessivo non paga. La bocciatura del bilancio dell’Unione dei prossimi sei anni può anche avere questo significato. Una saggia politica deve saper coniugare austerità e crescita, nonché guardare fuori dei confini dei 27. Prendere esempio da come sono state risolve situazioni quasi analoghe. Accertare in quale maniera gli Stati Uniti siano riusciti ad uscire fuori dal crac del 2008 e se le misure messe in campo siano convincenti applicarle. 
Tutto questo è l’obiettivo primario, deve comunque convivere con le immancabili difficoltà economiche e finanziarie. C’è sempre qualche stato membro dell’Unione a soffrire e a sollecitare interventi di sostegno. Nelle passate settimane sono circolate notizie sulla Bulgaria, ritenuta una miccia accesa in Europa per i redditi più bassi. Ora è la volta di Cipro, come riportano le cronache, a traballare. Un paradiso fiscale molto generoso con i debitori, che ha come clienti privilegiati non pochi russi e la Russia ha al suo vertice Putin.
I conti pubblici ciprioti non sono in equilibrio, le banche sono esposte (meglio dire che sono quelle tedesche e mirano a rientrare) e l’intero paese è ad un passo dalla bancarotta. Per rimettere in equilibrio entrate ed uscite servono 17 miliardi di euro. Così ha dovuto chiedere aiuto a Bruxelles ed al Fondo monetario internazionale. Con la rapidità che li contraddistingue hanno suggerito le misure che a loro parere erano da adottare senza indugio.
Qui entra in ballo la storia. Infatti docet. Più appropriato sarebbe affermare che exempla trahunt. Cosa hanno suggerito? La più facile ed immediata. Mettere le mani nei depositi bancari. Un prelievo forzoso sui risparmi. Di chi non sciala ed accantona. Comunque mettere mano nelle tasche dei cittadini, al di là delle tasse ed imposte decretate dal parlamento e corrisposte, non è una misura popolare. Mina la fiducia nei confronti delle autorità di governo, che in democrazia possono essere tranquillamente spedite a casa, ed introduce un nuovo motivo di sfiducia nei riguardi dell’Unione europea. Potrebbe pure indurre, con la serie di balzelli che sono stati imposti sulle rendite finanziare e sui depositi, a non collocare più il contante in banca.
Il governo di Nicosia ha così deciso, con il suggerimento di Bruxelles, per un prelievo forzoso del 37 per cento e passa  sui conti superiori a centomila euro, compensato con la consegna di azioni. Non di titoli di Stato. Un provvedimento quasi analogo a quello che Giuliano Amato, allora presidente del consiglio dei Ministri, ha imposto a noi italiani all’inizio degli anni Novanta dell’altro secolo, su proposta del democristiano Giovanni Goria ed all’insaputa di Carlo Azeglio Ciampi governatore della Banca d’Italia. Il 6 per mille. Anche noi navigavamo in una mare di debiti, il governatore della Bundesbank Helmut Schlesinger non avrebbe più dato marchi contro lire e per le analogie con Cipro è stato fatto cenno alla storia ed agli esempi.
Di austerity si può soccombere come sostengono i neokeynesiani. Andare a gambe all’aria e portare sul lastrico le famiglie con conseguenze inimmaginabili. Germania ed Inghilterra sono i vessiliferi della politica del  rigore assoluto. Ma senza sbocchi. A furia di austerity qualcuno già si chiede chi sarà il prossimo paese dell’Unione a chiedere aiuto. Qualche tempo addietro l’Espresso aveva indicato la Slovenia. Subito è arrivata la smentita. Lo dirà il tempo. E’ bene ricordare che l’attuale politica a breve potrebbe incidere negativamente su Francia, Italia, Spagna, Irlanda e Portogallo.
Sin qui l’Unione europea di cui siamo uno dei paesi fondatori. Al nostro interno le cose non vanno nel senso giusto. L’economia ristagna, la produzione industriale cala, la disoccupazione giovanile è al 38,7 per cento, la pressione fiscale totale sulle aziende è al 68,3 per cento, siamo sotto osservazione delle agenzie di rating e la partitocrazia è superata. Tutti elementi che hanno spinto Il Sole 24 Ore a titolare il 29 marzo “Basta giochi”. 
E’ vero, basta giochi a spese dei cittadini. Ma è altrettanto vero che i “grillini”, che si sono presentati alle urne come l’alternativa alla logora partitocrazia, non hanno finora dimostrato di essere un vero soggetto politico su cui riporre le aspirazioni di cambiamento. Rappresentano, al momento, il malcontento per le disuguaglianze create dai partiti, per gli abusi e i privilegi e per il non rispetto delle leggi e regolamenti. C’è piena libertà di fare il proprio comodo. E che i partiti, legge elettorale a parte, siano in grandi difficoltà lo attesta il fatto che non sono riusciti nemmeno a mettersi d’accodo per formare il governo per via dei veti incrociati, tanto che il presidente della Repubblica ha dovuto nominare dieci saggi per indicare quali le priorità irrinunciabili e, forse, per superare la data del 15 aprile.
Chi è il responsabile di questa situazione di stallo mentre il paese arranca? Tutti e nessuno. C’è il rimpallo. Per i superiori interessi del paese è indispensabile mettere da parte le ideologie e cercare di risolvere i problemi più immediati: imu, iva, debiti con le imprese e tares. Poi ci sono, come ha sottolineato il già citato Sole 24 Ore, otto emergenze. Una di queste è costituita dal rischio di povertà, che riguarda un italiano su tre, a seguire la burocrazia, che soffoca tutto con le sue regole e regolette. Si può sperare in un cambio di passo? Sarà quanto accadrà nei prossimi giorni ad attestarlo.