Per la comunità internazionale l’Italia è un enigma

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di Gino Falleri
Se si dà una scorsa ai giornali stranieri e agli articoli che vi compaiono, alcuni vengono ripresi da “Internazionale”, il settimanale diretto da Giovanni Di Mauro, e proposti alla nostra attenzione, si può constatare che la comunità internazionale ha qualche difficoltà a comprenderci. L’Italia è considerata una nazione imprevedibile, che stenta a darsi una efficace organizzazione. 
Talvolta sembra di essere ancora ai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini. Di conseguenza  è alquanto arduo fornire esaurienti risposte sulle nostre iniziative o spiegare il motivo per il quale alcuni deputati del M5Stelle siano saliti sul terrazzo della Camera dei deputati e successivamente sempre gli aderenti al Movimento abbiano intralciato i lavori con le loro proteste, tanto che la presidente ha dovuto sospendere la seduta. 
Restiamo, per chi ci guarda da fuori dei confini, un paese che ha  non poche incognite e alle volte i provvedimenti che vengono adottati non compresi nella loro interezza e uno di questi riguarda l’abolizione dell’Imu sulla prima casa. Per questo veniamo bacchettati dal “Financial Times” e dalle autorità di Bruxelles, come se fossimo la pecora nera dell’Unione. Non viene nemmeno valutata positivamente la passione con la quale deputati e senatori affrontano taluni problemi mentre per gli austeri stranieri richiederebbero, per la loro complessità, una maggiore freddezza. Tutto questo si traduce non solo in un danno di immagine, ma di affidabilità. A confermarlo sono le fluttuazioni della borsa, la penuria degli investimenti esteri e la risalita dello spread. 
La comunità ritiene che noi italiani saremmo indifferenti all’interesse generale e fatichiamo non poco a diventare una nazione efficiente. La causa sarebbe da attribuire alle lobby che condizionerebbero i lavori parlamentari. Dei veti incrociati, che impediscono di realizzare le necessarie riforme. E’ in breve sintesi il giudizio formulato da Guy Dinmore del “Financial Times”, un quotidiano inglese che non è stato mai molto tenero nei nostri confronti. Sebbene non sia positivo non si può non affermare che non ci sia del vero. 
Da anni il paese è ingessato, poco o niente si muove. E se qualcosa si muove avviene con estrema lentezza ed attraverso mille difficoltà. Il reato di diffamazione, che interessa tutti gli iscritti all’albo dei giornalisti, è ancora allo status quo ante ovvero ai tempi del caso Sallusti, come peraltro l’omicidio stradale sotto i fumi dell’alcool o degli effetti delle sostanze stupefacenti. 
La riforma liberale promessa da Berlusconi, allorché è sceso in politica, non è stata realizzata, la spesa pubblica non è stata mai ridotta, il debito pubblico aumenta giorno dopo giorno senza che sia mai stata detta la verità (leggere L’Europeo, maggio 2013), la burocrazia rallenta tutto, la giustizia civile è oltremodo lenta, il processo penale è da rivedere guardando fuori dei confini (non teoremi e convincimenti, ma prove) e gli squilibri da una regione all’altra continuano ad esserci. Lo stato di diritto esiste solo nelle parole dei politici. L’inversione della prova è da stato di diritto?
Ora non si parla d’altro che di rigore. Di sacrifici per il nostro bene. Quindi bisogna stringere la cinghia come ai tempi del dopoguerra. Allora c’erano politici del calibro di De Gasperi, Togliatti, Di Vittorio e Costa. Ora sul contenimento della spesa pubblica, che non si arresta mai e richiede risorse come una idrovora ed è quanto mai condivisibile la richiesta del ministro Saccomanni di dire una volta per sempre la verità agli italiani, sta prendendo piede un nuovo ritornello e si riferisce alle pensioni. 
Se ci sono buchi di bilancio, ovvero uno squilibrio tra entrate ed uscite, questo è riconducibile in buona parte ai pensionati. Rastrellerebbero il 17 per cento e passa del Pil. A dare il via sono stati il ministro Giovannini, Giorgia Meloni, Daniele Capezzone e Vincenzo Grillo. Sostengono che prendono più di quanto hanno versato nel corso della vita lavorativa. Riducendo la spesa a loro destinata si possono creare le condizioni per la ripresa. Si potrebbe a questo punto fare una proposta. Perché non lasciare alle assicurazioni di interessarsene? Lo Stato risparmierebbe. Non dovrebbe più indicizzare e qualche ente previdenziale potrebbe essere chiuso dando così una mano alla spending review.
Spesa pubblica significa anche una doverosa contropartita. Le stime dicono che per garantire il funzionamento dello Stato, macchina burocratica servizi e pensioni incluse, si superano gli 800 miliardi di euro. Abbiamo in cambio l’efficienza? Non sembra. Quello che è incontrovertibile è che siamo stati finora sottoposti ad una grandinata di tasse ed imposte per non crescere di un millimetro, lo sostiene pure l’ultima relazione del governatore della Banca d’Italia, mentre altre sono in cantiere pronte per tamponare i buchi del bilancio pubblico e dare un seguito alle “raccomandazioni” di Bruxelles quasi si fosse in presenza di altrettanti oracoli. La prima sarà l’Iva da far salire al 22 per cento.   
Sempre in tema di tasse, repetita iuvant, è bene ricordare che la pressione fiscale reale, tenendo conto della componente sommersa del Pil, è del 54 per cento mentre in dieci anni le addizionali di competenza degli enti locali sono cresciute del 573 per cento. E cresceranno ancora. Il governo, sempre generoso, ha stabilito che possono arrivare fino allo 0,80 per cento del reddito percepito. Un salasso. Aspettiamo di vedere cosa ci daranno in cambio. Lo stato sociale è senz’altro una grande conquista, ma costa troppo, tanto è vero che incomincia ad essere messo in dubbio dalla Norvegia, un esempio di sana e corretta amministrazione pubblica.
Poi c’è il caso Berlusconi, condannato in via definitiva per frode fiscale e con l’interdizione dai pubblici uffici, che potrebbe determinare la caduta del governo. Nei  suoi confronti deve essere applicata la legge Severino votata pure dal Pdl. Una legge che altro non vuole significare che la decadenza da senatore della Repubblica. Il dettato costituzionale afferma che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge e questa regola vale anche per i parlamentari. Si può pure concordare per ipotesi che possa esserci stato nei suoi confronti un accanimento, ma la legge è la legge e le sentenze una volta passate in giudicato si applicano. Il tema della grazia non regge. Ci sono altri processi in itinere con tanto di condanna in primo grado.
Per fornire una ulteriore immagine del Paese non è da tralasciare il dilemma Imu si, Imu no con i suoi pro e contro e le tante esternazioni. Ha tenuto banco fin dal momento in cui è stato costituito il governo delle larghe intese ed ha avuto la sua soluzione con la decisione adottata dal Consiglio dei ministri nell’ultima settimana di agosto. Una imposta resa esecutiva dal governo Monti, per dare seguito alle direttive dell’Unione europea volte a contenere il debito pubblico, ed istituita da quello guidato da Berlusconi per la realizzazione del federalismo fiscale. Una imposta tra le più odiate da parte del contribuente, tanto che potrebbe paragonarsi a quella sul pane di antica memoria.
La soluzione è stata trovata, ma il dibattito non è scemato. C’è sempre il partito delle tasse e della spesa pubblica. Per questo schieramento tutti debbono avere il medesimo livello di benessere. Chi vi milita è proprio convinto che tasse e spesa siano la soluzione ottimale o si dovrebbe incrementare lo sviluppo per poi drenare ricchezza da ridistribuire? Il nodo lo debbono sciogliere chi ha scelto di fare il politico.