Mosciano Sant’Angelo (TE) 09/05/2026 – Consegna e apposizione pietra d’inciampo in memoria del Carabiniere Giuseppe Ciccarelli

Un momento della cerimonia

Intervento del Gen. B. CC (Ris) Pier Vittorio ROMANO

Autorità civili, militari e religiose, cari concittadini e familiari di Giuseppe Ciccarelli.
Siamo qui riuniti oggi, in questo sabato 9 maggio 2026, davanti alla sede del Municipio di Mosciano Sant’Angelo, per compiere un atto di altissimo valore morale: l’installazione di una Pietra d’Inciampo che non è solo un omaggio alla memoria di un uomo, il Carabiniere Giuseppe Ciccarelli, ma è l’innesto di un frammento di storia universale nel tessuto vivo della nostra comunità.
Questa Pietra d’Inciampo, voluta dal Cav. Gabriele Barcaroli marito di Lidia Ciccarelli, nipote del Carabiniere, non ha lo scopo di essere ammirata da lontano. Al contrario, ci costringe a guardare in basso, verso la terra, lì dove si sono posati i passi di chi ci ha preceduto.
Per comprendere bene ciò che stiamo facendo oggi, dobbiamo risalire alla genesi di questo istituto. Le “Stolpersteine”, o Pietre d’Inciampo, nascono da un’intuizione dell’artista tedesco Gunter Demnig nei primi anni Novanta. Il concetto si basa su un passo del Talmud – testo sacro dell’ebraismo – “Una persona viene dimenticata solo quando il suo nome viene dimenticato”, a sottolineare che la vera morte è l’oblio, mentre la memoria del nome mantiene viva l’esistenza del defunto.
L’obiettivo di Demnig era riportare il ricordo delle vittime della deportazione nazista lì dove esse avevano vissuto la loro quotidianità, prima che la violenza della storia li strappasse ai loro affetti: non un monumento o altro atto simbolico destinato alla “massa”, ma un tributo individuale. Ogni pietra è un sampietrino di ottone lucente che riporta il nome, la data di nascita, il luogo della deportazione e, se nota, la data della morte o della liberazione.
L’inciampo a cui l’artista fa riferimento non è fisico, ma visivo e mentale. È un sussulto della coscienza che ci interrompe mentre camminiamo distratti verso le nostre incombenze quotidiane, obbligandoci a riconoscere che sotto i nostri piedi giace la dignità di un uomo che ha pagato un prezzo altissimo per la nostra libertà.
La pietra che inauguriamo oggi parla di Giuseppe Ciccarelli, un Italiano, un Carabiniere, nato il 10 dicembre 1906 a Campli. La sua è la storia di un uomo che ha attraversato il novecento con la schiena dritta. Arruolatosi come allievo carabiniere nel 1926 presso la Legione di Roma, ha servito con dedizione in diverse regioni d’Italia, da Trieste ad Ancona.
La sua vita è stata segnata da diversi affetti, il matrimonio con Lidia Magno nel 1933 e la nascita dei figli Ersilia e Camillo, ma anche dal richiamo costante del dovere in un’epoca di tempeste. Il 6 aprile 1940, Giuseppe si trovò proiettato nel dramma della Seconda Guerra Mondiale. Nel settembre 1942, fu inviato in Albania, a Durazzo, dove svolse attività di polizia militare e controguerriglia.
Tuttavia, il vero spartiacque della sua esistenza, e il motivo per cui oggi lo onoriamo con questo simbolo, avvenne il 9 settembre 1943. All’indomani dell’armistizio, il Carabiniere Giuseppe Ciccarelli non scelse la via più facile. Catturato dai tedeschi, fu deportato in Germania come Internato Militare Italiano (IMI).
Essere un Internato Militare Italiano significava trovarsi in un limbo giuridico e umano atroce. I soldati italiani che rifiutarono di collaborare con il nazismo e con la Repubblica Sociale Italiana non vennero riconosciuti come prigionieri di guerra, il che li privò della protezione della Croce Rossa e li espose a fatiche disumane, fame e privazioni.
Il Carabiniere Giuseppe Ciccarelli fu un “non collaborazionista”. È un termine che oggi leggiamo con ammirazione sui suoi diplomi di “Combattente per la Libertà”, ma che allora significava dire “No” alla violenza pur sapendo che quel rifiuto avrebbe prolungato l’inferno della prigionia. Egli scelse la dignità dell’internamento piuttosto che l’infamia del collaborazionismo. La Medaglia d’Onore di Bronzo, consegnata postuma al figlio Camillo nel 2025 da S.E. il Prefetto di Teramo Fabrizio Stelo, è il sigillo istituzionale per questo atto di eroismo silenzioso.
Liberato nell’estate del 1945, il Carabinier Giuseppe Ciccarelli tornò in Italia segnato nel corpo ma integro nello spirito. Il suo legame con Mosciano Sant’Angelo, in particolare con la contrada Convento dove visse fino alla sua scomparsa nel 2003 all’età di 96 anni, è un legame di gratitudine reciproca.
La scelta di porre questa pietra dinanzi al Municipio non è casuale. Come indicato nelle note della famiglia, essa vuole essere un motivo di riconoscenza verso la città che lo ha accolto e rispettato fino alla fine dei suoi giorni. Il Municipio è la casa di tutti i cittadini: porre qui la pietra d’inciampo a memoria di Giuseppe significa inserirlo per sempre nel DNA di tutta la comunità di Mosciano Sant’Angelo.
Oggi, il Carabiniere Giuseppe Ciccarelli non è più solo un ricordo caro ai suoi quattro nipoti o ai figli Ersilia e Camillo. Da oggi, Giuseppe “appartiene” a tutti noi.
La sua pietra d’inciampo a sua memoria ci ricorda che la libertà non è un dono scontato, ma il risultato di scelte difficili compiute da persone comuni in tempi straordinari. Ci insegna che anche nel buio di un campo di prigionia in Germania, si può restare fedeli al proprio giuramento e alla propria umanità.
Inaugurando questa Pietra d’Inciampo, ci impegniamo a non essere passanti distratti. Ogni volta che il riflesso dell’ottone colpirà i nostri occhi, dovremo ricordare il sacrificio di chi, come il Carabiniere Ciccarelli, ha saputo dire “No” per permettere a noi, oggi, di dire “Sì” alla democrazia e alla pace.
Che questa pietra sia un monito per le giovani generazioni e un faro di verità storica.
Grazie, Giuseppe, per il tuo coraggio. Grazie a Mosciano Sant’Angelo per non aver dimenticato.