Rievocazione storica della figura del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa
Un saluto caloroso alle autorità civili, militari e religiose, alla popolazione, alle numerose Sezioni dell’Associazione Nazionale Carabinieri ed all’Ispettore della Regione Abruzzo, radunati in questo splendido luogo.
Oggi vogliamo ricordare la figura di un eroe dei nostri tempi che, con il sacrificio della propria vita, ha contribuito a rendere l’Italia migliore: questo eroe è il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e lo faremo con la messa in opera e svelamento di un busto che lo raffigura, realizzato dal Maestro scultoreo Ugo Assogna, originario di Atri, e donato alla Città di Roseto degli Abruzzi dalla locale Sezione dell’Associazione Nazionale Carabinieri.
Non è il primo e non sarà neanche l’ultimo, ma tale segno di vicinanza della Città di Roseto degli Abruzzi al Generale eroe non è un atto dovuto, bensì un sentimento di partecipazione di tutti i cittadini che sono qui presenti, cosci del suo sacrificio poiché tutti noi condividiamo e crediamo negli stessi valori di legalità, democrazia e giustizia.
Mi rivolgo ai giovani studenti che, tra qualche anno, saranno inseriti a pieno titolo nel nostro tessuto sociale affinché le azioni valorose degli italiani eroi, che hanno sacrificato la propria vita per difendere, ripeto, i valori di legalità, democrazia e giustizia, non siano dimenticate. La memoria deve permanere nel tempo perché solo così si comprenderà che questi valori, oggi presenti, non possono essere dati per acquisiti, ma occorre lottare per mantenerli vivi, prima di tutto con il nostro corretto comportamento.
Il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nasce a Saluzzo, cittadina sabauda del Piemonte, Provincia di Cuneo, il 27 settembre 1920, da papà (Romano), Ufficiale dei Carabinieri.
Nominato Sottotenente dell’Esercito nel 1941, partecipa al conflitto in Montenegro. Un anno dopo viene nominato Ufficiale dei Carabinieri e viene assegnato alla Tenenza di San Benedetto del Tronto dove resta fino al fatidico 8 settembre 1943.
Nella provincia di Ascoli Piceno collabora attivamente con la resistenza partigiana fino a diventare responsabile delle trasmissioni radio clandestine di informazioni per gli americani.
Al termine del conflitto ottiene una promozione e due croci al merito di guerra, tre campagne di guerra, una medaglia di benemerenza per i volontari della II Guerra Mondiale, il distintivo della guerra di liberazione. Nel frattempo si Laurea in Giurisprudenza a Bari ed in seguito, nello stesso ateneo, in Scienze Politiche.
Da Capitano viene trasferito in Sicilia. Già all’epoca era presente la mafia agraria, quella di Don Calò Vizzini, di Genco Russo e di Luciano Leggio e Cosa Nostra strinse un patto di ferro con i più retrivi latifondisti che temevano le lotte e le rivendicazioni contadine guidate dai sindacalisti comunisti e socialisti. Iniziano i primi omicidi: il segretario della Camera del Lavoro di Corleone, Placido Rizzotto. Lucianeddu Leggio, più conosciuto come Liggio, affida il compito ai suoi giovani cagnazzi, “Binnu” e “Totò u’ curtu”. Calogero Bagarella, Bernardo Provenzano e Totò Riina sono picciotti fedelissimi, aggressivi, spavaldi, che si mostrano in paese arrancando con il caratteristico incedere mafioso. Il 10 marzo del 1948 il sindacalista Rizzotto viene caricato su una macchina, portato in luogo sicuro, torturato e suppliziato.
Dalla Chiesa è chiamato dal colonnello Ugo Luca nel nuovissimo reparto denominato Comando Forze Repressione Banditismo (CFRB), che ha la missione di catturare Salvatore Giuliano, il re di Montelepre. A lui viene affidato il comando del gruppo squadriglie, basato a Corleone. È un ufficiale abile, duro, inflessibile, gran lavoratore, non meno paziente dei suoi avversari corleonesi. A dispetto dell’omertà e della paura estremamente diffuse riesce insieme ai suoi colleghi a inchiodare tutti gli assassini di Rizzotto e mandarli a processo, incluso Leggio. Ma il tutto si conclude con una serie di assoluzioni per insufficienza di prove.
Da ufficiale superiore è aiutante maggiore della Legione e Capo Ufficio Ordinamento Addestramento Informazioni Operazioni (OAIO) della IV Brigata di Roma e della Legione di Torino, successivamente comanderà il Gruppo di Milano.
Dal 1966 al 1973 Carlo Alberto torna in Sicilia e gli viene affidato, con il grado di Colonnello, il Comando della Legione di Palermo.
Cosa Nostra si è adeguata rapidamente ai tempi nuovi spostando progressivamente i suoi interessi dal settore dell’agricoltura, in cui aveva operato per oltre un secolo, a quelli industriale e commerciale, specialmente nel campo dell’edilizia e dei lavori pubblici. Lo scambio è sempre lo stesso: appoggio politico contro concessioni illegali di licenze e appalti. Il risultato è che gradualmente una serie di politici aiutano l’espandersi delle attività economiche mafiose, quando i rappresentanti mafiosi non sono direttamente inseriti nel tessuto politico ed amministrativo.
Alla base dell’organizzazione mafiosa c’è la “famiglia”, rigidamente ancorata al territorio, composta da uomini d’onore o soldati, comandati dai capidecina, guidati da un capo famiglia o da un rappresentante coadiuvato da un vice e da uno o più consiglieri. Più famiglie sono rette dai capi mandamento che siedono nella cupola o commissione provinciale.
Una struttura del genere è difficile da infiltrare ma Carlo Alberto Dalla Chiesa ritiene che qualcosa si possa sempre sapere: è possibile conoscere la struttura attraverso la ricerca dei legami della “famiglia”, parentele e comparati. Tale metodo e la costanza con cui ci si applica portano, nel 1966, ad un vero e proprio censimento degli uomini d’onore che si conclude con l’arresto di 76 boss. Gente come Frank Coppola e Gerlando Alberti vengono arrestati e spediti al soggiorno obbligato. Tale provvedimento allontanava i boss dalle loro zone, ma favoriva l’estendersi della “piovra” altrove.
La lotta al terrorismo coinvolge presto Dalla Chiesa, ormai promosso Generale. Dall’ottobre 1973 al marzo 1977 comanda la Brigata di Torino e, nel maggio 1977, assume l’incarico di Coordinamento del Servizio di Sicurezza degli Istituti di Prevenzione e Pena. Vengono costituiti i cosiddetti “supercarceri” dalle quali la fuga è praticamente impossibile. Si tratta di un duro colpo sia per i terroristi sia per i mafiosi, come ben sa Totò Riina finito proprio in uno di questi istituti di massima sicurezza. Nel settembre del 1978 assume anche le funzioni di Coordinamento e di Cooperazione tra Forze di Polizia nella lotta al terrorismo.
Quando riceve i pieni poteri per la lotta alle Brigate Rosse allora attua la sua controguerriglia urbana, conseguendo prestigiosi successi celebrati dalla stampa nazionale ed internazionale, arrestando i capi storici delle Brigate Rosse e contribuendo validamente a debellare il fenomeno in Italia.
Dal dicembre 1979 al dicembre 1981 comanda la Divisione Pastrengo a Milano per poi arrivare nel 1982 alla massima carica per un carabiniere: vice Comandante Generale dell’Arma. Con le promozioni arrivano altre decorazioni: croce d’oro per anzianità di servizio, medaglia d’oro di lungo comando, distintivo di ferita in servizio, una Medaglia d’Argento al Valor Militare, una di Bronzo al Valor Civile, 38 encomi solenni, una medaglia mauriziana.
Dopo la morte dell’amatissima moglie Dora Fabbo, al suo fianco compare una seconda moglie, giovanissima e decisa: Emanuela Setti-Carraro.
Nel 1982 Virginio Rognoni, Ministro dell’Interno, con l’assenso del Presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, e dei Segretari dei cinque partiti di maggioranza, lo nomina Prefetto di Palermo. In quel periodo l’escalation mafiosa è fortissima e l’austero generale sembra la persona giusta per arrestarla. Già dal maggio del 1981 era presente una gran guerra tra le cosche, nell’estate in cui Dalla Chiesa è Prefetto di Palermo avvengono 52 morti e 20 lupare bianche.
Nella lotta a Cosa Nostra la morte è una costante con cui occorre fare sempre i conti. Alcune frasi del Giudice Falcone fanno chiarezza: “Purtroppo, in questa difficile battaglia, gli errori si pagano. Quello che per noi è una professione, per gli uomini di Cosa Nostra è questione di vita o di morte: se i mafiosi commettono degli errori, li pagano; se li commettiamo noi, ce li fanno pagare. (…) Da tutto questo bisogna trarre una lezione. Chi rappresenta l’autorità dello Stato in territorio nemico, ha il dovere di essere invulnerabile. Almeno nei limiti della prevedibilità e della fattibilità”. Le parole del giudice Falcone, sono tuttora attuali e vere, anche se talvolta Cosa Nostra si è dimostrata più abile e forte: di Chinnici, di Borsellino, dello stesso Falcone.
Gli uomini d’onore sanno benissimo di non essere invulnerabili e di doversi proteggere oltre la paranoia.
Dalla Chiesa è cosciente del pericolo, è seguito da cento occhi, ascoltato da cento orecchie, è immerso nei veleni di Palermo e circondato da molti onorevoli e notabili che mal nascondono una viva preoccupazione.
Dalla Chiesa, si fa vedere a sorpresa tra la gente, incontra gli allievi dei licei, gli operai nei cantieri. Vuole scuotere la paura e suscitare il consenso. Ma non si fa illusioni: “Certamente non sono venuto per sgominare la mafia, perché il fenomeno mafioso non lo si può sgominare in una battaglia campale, in una guerra lampo, un cosiddetto Blitz. Però vorrei riuscire a contenerlo, per poi sgominarlo”. Infatti non rinuncia alla richiesta di poteri e mezzi. Quanto ai poteri, l’articolo 31 dello Statuto Regionale della Sicilia sancisce che le Forze di Polizia sono sottoposte disciplinarmente e per l’impiego al governo regionale. Come dire che se c’è un governo regionale mafioso, esso ha legalmente più potere del rappresentante dello Stato.
Dalla Chiesa chiede fatti e poteri veri, ma a Roma si è restii a conferirgli poteri più significativi di quelli già dati dal Ministro dell’Interno.
Nonostante tutto Dalla Chiesa agisce. In due successivi blitz interrompe, con 10 arresti, il summit dei vincitori corleonesi a Villagrazia, mentre in via Messina Marine scopre una raffineria di eroina con una produzione di 50 Kg a settimana.
Nel giugno 1982 invia il rapporto dei 162, una vera mappa del crimine organizzato. Al vertice ci sono i Greco di Ciaculli, con attività a Tangeri e in Sud America. Insieme ad essi i Corleonesi, il clan di Corso dei Mille. I perdenti Inzerillo, Badalamenti, Bontade, Buscetta sono stati, invece, massacrati.
Per 20 giorni i magistrati tacciono poi spiccano 87 mandati di cattura e 18 arresti, ma restano latitanti una ventina dei più grossi tra cui Michele Greco, il Papa, braccio violento di suo zio Totò Greco detto l’ingegnere.
Poi segue un rapporto della Guardia di Finanza sul mondo delle false fatture e dei contributi pubblici finiti nelle tasche di noti esponenti di Palermo e Catania. Inoltre il Generale rispolvera l’efficace arma delle indagini su comparati, parentele e amicizie: avvia un’indagine sui registri di battesimo e nozze per vedere quali politici abbiano presenziato ad eventi di famiglie mafiose.
Cosa Nostra decide che è il momento di risolvere il problema. Il 3 settembre 1982 trenta pallottole di Kalashnikov falciano Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti-Carraro mentre un altro killer liquida l’agente di scorta, Domenico Russo.
Il 5 settembre arriva una telefonata anonima al quotidiano La Sicilia: “L’operazione Carlo Alberto è conclusa”.
Il Generale Dalla Chiesa siede tra gli eroi che l’Arma dei Carabinieri ha donato al Paese ed al Popolo italiano, mai si dovrà affievolisce il ricordo di lontani eroismi, restando indelebile la nuda, spartana virtù del dovere compiuto in nome di una società civile.

































